Chi è il TNPEE

Chi è il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

“Che lavoro fai?”

“Sono una terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva.”

“Che?!”

“Sono una neuropsicomotricista”

“Non capisco…”

“Sono TNPEE”

“TNP… cosa?”

“Mi occupo della riabilitazione dei bambini e ragazzi con disabilità dello sviluppo da 0 a 18 anni!”

“Ah che bello! Un misto tra psicologa e fisioterapista per bambini!”

“Non proprio. Andiamo per gradi.

C’è molta confusione e poca informazione sulla professione del terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva. Se avrai la pazienza di leggere queste righe, vorrei provare a spiegarti in cosa consiste la mia professione.

Per cominciare, la definizione tecnica della professione si trova nel D.M. Sanità del 17 gennaio 1997, N. 56: “Il terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante, svolge, in collaborazione con l’équipe multiprofessionale di neuropsichiatria infantile e in collaborazione con le altre discipline dell’area pediatrica, gli interventi di prevenzione, terapia e riabilitazione delle malattie neuropsichiatriche infantili, nelle aree della neuropsicomotricità, della neuropsicologia e della psicopatologia dello sviluppo. (..)”

“Si, ma in sostanza come funziona il tuo lavoro?”

Prima di tutto osservo e valuto come il bambino approccia al mondo; in che modo si relaziona con gli altri, quali strategie mette in atto per risolvere dei problemi, come conosce l’ambiente, quali competenze ha acquisito e se le utilizza in modo funzionale. Queste ed altre abilità vengono valutate all’interno delle varie aree dello sviluppo: affettivo-relazionale; comportamento, motricità globale, motricità fine, grafismo, ludica, comunicativo-linguistica, cognitiva. Tali aree non possono essere considerate, però, come separate tra di loro, sono piuttosto interconnesse, per questo l’approccio neuropsicomotorio è globale e considera il bambino come un insieme di competenze e di abilità che si influenzano tra di loro per formare l’individuo.

Una volta effettuata un’attenta osservazione funzionale del bambino, si inizia a giocare!

“Giocare!?”

Molte volte avrai sentito dire che il gioco è una cosa seria. Effettivamente il bambino, attraverso il gioco, apprende competenze, impara a comprendere ciò che lo circonda e a gestire le difficoltà che potrebbe incontrare. Il gioco è un’attività altamente stimolante per il bambino, ma proprio perché è una cosa seria, il gioco all’interno del setting terapeutico, è modulato alle esigenze del bambino e veicolato dal terapista. È fondamentale che le attività ludiche siano attentamente calibrate per risultare motivanti: non troppo semplici, in modo che costituiscano una sfida, ma neanche troppo difficili, tali che possano demoralizzare il bambino.

Il fondamento per la buona riuscita di un trattamento è la relazione che si instaura tra il terapista e il bambino. Sono fermamente convinta che non ci possa essere apprendimento senza relazione. Se ci pensi, tutti i bambini apprendono per imitazione nel momento in cui si relazionano con il mondo esterno. Quando un bambino molto piccolo si trova nella sua culla apprende i diversi suoni, movimenti, espressioni, ecc. dalle figure di riferimento che si rivolgono a lui creando dei circoli comunicativi che favoriscono lo sviluppo di competenze in tutte le aree di sviluppo: comunicativo-linguistica, relazionale, emozionale, motoria, cognitiva.

“Quali sono gli strumenti utilizzati in terapia?”

Viene utilizzato materiale strutturato (puzzle, costruzioni, memory, giochi di turno, giochi di regole,bambole, ecc.), utile per incrementare gli schemi di gioco, organizzazare il pensiero e potenziare abilità specifiche e materiale non strutturato (teli, palla, cuscini) al fine di stimolare la creatività del bambino, la sua iniziativa e favorire la relazione.

Oltre ai classici giochi ci sono vari strumenti specifici che vengono utilizzati per facilitare e sostenere il bambino a progredire sempre seguendo le sue peculiarità individuali.

“Deve essere un lavoro molto difficile!”

Non difficile, ma complesso. Proprio per ciò che avete letto finora, è chiaro che le variabili all’interno di un piano di trattamento sono molte: le differenze individuali di ogni bambino, la sua reazione alle proposte, le modalità d’interazione, l’ambiente in cui vive e le sue risposte ad esso, etc. In tutte queste differenze è necessario stabilire degli obiettivi individualizzati e scoprire le migliori modalità per raggiungerli. A volte bisogna aggiustare il tiro durante il viaggio, si possono incontrare ostacoli inaspettati o scoprire che qualcosa che ci era sfuggito, ma è un percorso che si fa insieme: il bambino, la sua famiglia, le maestre e tutte le figure professionali che ruotano attorno al bambino. È necessario un gioco di squadra!

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